lunedì 1 giugno 2009

Cavalca la tigre!


C'è un detto orientale molto emblematico ed è: "Cavalcare la tigre".
Il significato profondo è che davanti ad una tigre furiosa non puoi combattere, mentre scappare lo hai fatto per tutta la vita... Esiste un'altra scelta? Certo, ti
rimane l'opportunità, rara, preziosa, pericolosa di saltare sul dorso della tigre, afferrare forte le sue orecchie e cavalcare lasua furia... Ella non potrà sbranarti e alla fine se sei davvero motivato e in gamba, lei giacerà esausta sotto di te.
La tigre è la nostra mente; una mente che ha preso il sopravvento sul suo padrone: era nata per servirti e ora si serve di te. È impazzita, rimane sempre accesa come una macchina che non vuole più spegnersi e non risponde più ai comandi. È una tigre impazzita: se la fronteggi ti sbrana, se scappi hai perso per sempre il tuo potere...
Cosa puoi fare? Cavalcala!
E come si cavalca la Tigre?
Utilizzandola al meglio!
Con la costante consapevolezza che stai domando una tigre furiosa.
Quando i colonizzatori occidentali arrivarono in cina tagliarono corto e tradussero il termine "zen" con "meditazione", ovvero "soffermarsi a pensare".
Avessero guardato il dito e non la luna, avrebbero capito che molto di più.

"Molto tempo fa, Cartesio disse: "Penso dunque sono".
Qui comincia la filosofia. Ma se non state pensando, che cosa succede?
Qui comincia la pratica zen." (maestro Zen Sueng Sahn)

Lo Zen è assenza di pensiero ed è una rivoluzione per la cultura occidentale che ha basato tutta la sua crescita spirituale sul pensiero. Ma è l'unica rivoluzione possibile, non intendendo con questo termine la sovversione dell'ordine costituito, ma, al contrario, volendo indicare con il riferimento all'etimologia stessa del termine, il moto di un corpo che torna alla sua origine.
L'origine è il silenzio. Chi torna all'origine, al silenzio userà le parole con più saggezza. Chi usa le parole con più saggezza crea intorno a sé una vita migliore. Tante vite migliori fanno un mondo migliore.
Lo Zen è rivoluzione. Ma Zen non significa rasarsi la testa, indossare kimono e scomodi zori in legno e mettersi a canticchiare litanie giapponesi di secoli fa con accento milanese, magari nello stesso ritaglio di tempo dopolavoristico che il nonno usava per giocare a bocce.
Con Zen intendo uno stato dell'Essere, una "presenza", anzi un'"assenza". D'altronde di Dio si può dire solo che non è (e questo forse genera l'equivoco dell'ateismo); non lo si potrebbe neanche nominare invano, proprio per evitare di fare quella caricatura antropomorfa, che invece abbiamo creato col dio persona, di un'esperienza che è impersonale. Un'esperienza in cui non c'è tu e non c'è io, ma solo una pienezza, un Uno che si esprime in molteplici forme. Così tante da dover stare attenti ai paradossi e rifuggire le trappole del linguaggio.

Come in quella storia sufi in cui il maestro rivela al discepolo che TUTTO È UNO, TUTTO È DIO. Costui, lieto, torna a casa. Sulla strada del ritorno vede dalla collina un elefante impazzito con un domatore spaventatissimo che si sbraccia e gli urla: "Spostati, spostati". Ma il discepolo, Pensando ancora che tutto è Uno e tutto è Dio, si convince che non può accadergli nulla di male! Così l'elefante gli passò sopra fracassandogli le ossa.
Il maestro andò a trovarlo in ospedale e il discepolo con le ossa rotte gli disse con astio: "Mi avevi detto che tutto era Uno e tutto era Dio".
E il maestro disse: "Te lo confermo: TUTTO È UNO e TUTTO È DIO, anche il guidatore che ti diceva di spostarti"!

Quindi cavalchiamo la tigre finché non si stanca ma andiamo oltre le parole e non facciamoci fracassare le ossa per equivoco.

Liberamente tratto da una mail di Fabrizio Ponzetta

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