mercoledì 24 febbraio 2010

La mia spiritualità

Author: Andrea Panatta

Un grande problema di alcuni percorsi spirituali, è che sembra siano stati inventati per rendere le persone tutto fuor che autosufficienti.

Sembrano al più una serie di concetti e pratiche astratte, a tratti molto belli ma difficili da mettere in pratica nella vita di tutti i giorni, anzi a volte sembra che alcune scuole, alcuni gruppi ci spingano ad allontanarci sempre di più da quella che è l’esistenza sul piano materiale, e sembra che rendano dipendenti dal Guru o dal Maestro del momento.

La spiritualità come comunemente intesa da un nutrito gruppo di individui è un qualcosa di distante dalla realtà, qualcosa che spesso allontana più che avvicinare a se stessi , e lo fa in nome di concetti che vengono venduti a scatola chiusa (illuminazion per esempio).

Dopo diversi anni spesi nell’ambiente non posso dare torto a chi contesta, deride e rifiuta ogni cosa che porti suffissi come New Age, Spirituale, Terapia Alternativa o Energetia.

Non posso dargli torto a causa del fatto che in effetti in questo ambiente c’è un sacco di esagerazione, di tendenza a fare appunto il guru e a gonfiare i propri ego e anche una oggettiva difficoltà ad essere obiettivi, inoltre molti ‘utenti’ tendono a farsi manipolare e a diventare dipendenti da certe figure di autorità della scena spirituale.

A parziale discolpa di coloro che orbitano nella sfera dell’invisibile e ne percorrono il lato per così dire oscuro e manipolatorio, c’è da dire anche che è molto difficile quando si inizia ad avere un po’ di potere o qualche percezione particolare, riuscire ad essere imparziali, distaccati e non manipolatori nei confronti degli altri che spesso si guardano come inferiori o non troppo saggi.

Il mio modello di spiritualità l’ho maturato in seguito a una serie di verifiche fatte sia su coloro che seguivano certi insegnamenti sia sugli insegnanti stessi, persone che ho studiato e seguito in prima persona, e credo che osservare se stessi e gli altri con piena consapevolezza sia più che necessario e rappresenti il primo esercizio di meditazione di cui si dovrebbe avere la maestria.

La prima cosa da fare quando ci si confronta con un ‘insegnante’, ‘maestro’, o ‘guru’ è sempre quella di ascoltare le proprie emozioni al momento dell’incontro con l’insegnamento, la tecnica, la terapia o quant’altro. Colui che insegna dovrebbe riflettere ciò che insegna, in ogni modo, per la maggior parte del suo tempo e specie quando è con voi e la sua vita dovrebbe essere lo specchio della sua interiorità poiché quello che è dentro è fuori.

In secondo luogo bisogna accertarsi di quanto quello che lui o lei vi stanno insegnando o dando come terapia, vi renda effettivamente più liberi.

Molti terapeuti per dirne una iniziano subito proponendo una serie di sedute, il che è comprensibile dal punto di vista del terapeuta che deve mangiare col suo lavoro, ma non da quello del cliente che cerca la guarigione più rapida e totale possibile.

Può bastare una seduta per guarire anni di sofferenze. Molti corsi o insegnati o guru vi vincolano a stare in loro presenza, a lavorare per loro, a onorare il maestro, a energizzarvi con la sua presenza, vi obbligano magari a fare “servizio” per un gruppo, un centro, un ashram, o vi chiedono continuamente soldi per una causa, perchè il karma che ne avrete in cambio è un buon karma.

Io non credo che questo sia sempre vero. Inoltre non credo che servire la causa di qualcun’altro sia il nostro scopo, magari può esserlo per qualcuno che ha scelto questa incarnazione a questo scopo, ma non può essere una regola generale.

Anche qui il solo metro di giudizio è il cuore.

Cosa vi dice il cuore e l’emozione quando vi si chiede di servire una causa, un maestro o un insegnamento?

Questo è il vostro “Giusto” o “Sbagliato”. Intendiamoci, sono concetti reali, è vero che aiutare l’espansione di un gruppo spirituale, o un centro, o un ashram, o diffondere un insegnamento è causa di un grande karma positivo, perchè la regola principale di questa dimensione è che ciò che diamo ci torna, ma dobbiamo evitare fanatismi, estremismi e manipolazioni che vanno a danno della nostra stessa crescita.

E quando qualcosa non ci sembra proprio a posto, se storciamo il naso, e una voce ci dice di allontanarci da un qualsivoglia maestro, dobbiamo sempre seguire questa intuizione.

L’anima ha un suo disegno, e il disegno non può essere ‘capito’ ma solo ’seguito’, sentendo sè stessi e non cedendo il proprio potere a qualcun’altro, e spesso e volentieri l’anima vuole sperimentare molti cammini differenti e anche contraddittori per evolvere e non uno solo.

Inoltre tante discipline sembrano mirate su tutto fuorché su una praticità di fondo, la quale dovrebbe essere invece il primo obiettivo di qualunque cosa si faccia qui nella terza dimensione, dato che, per quanto questo possa non piacerci e per quanto noi possiamo sentirci proiettati verso “altri pianeti”, “altre dimensioni”, la presente è quella che consciamente o no ci siamo scelti per evolvere.

Non è un caso che tu sia proprio dove sei che ti piaccia o no.

Ora rimane questo problema di come portare lo spirituale nel reale, e di come impiegare quello che studiamo a fini pratici, per “migliorare” le nostre vite.

Se sono dieci anni che fai meditazione ma la tua vita è sempre un disastro nei rapporti, nelle finanze, nel lavoro, allora forse la meditazione non è il percorso migliore per te, oppure dovresti cambiare esercizio.

In questa ottica credo che i percorsi più validi, sono quelli che consentono di mettere alla prova ciò che si studia e portarlo nel reale, nella risoluzione dei problemi e delle sfide di ogni giorno.

Se mi si insegna un principio, lo stesso deve essere in qualche modo applicabile e dimostrabile nella mia vita di tutti i giorni, ed è questo uno degli scopi della spiritualità pratica nella quale io non cerco pratiche ascetiche, mistiche, o magiche per fuggire dalla mia vita e dai miei problemi ne dal luogo dove vivo.

La spiritualità pratica ha lo scopo di migliorare la vita e non fornire astrazioni.

C’è poi il discorso della sofferenza.

Nella mia idea di spiritualità pratica io non fuggo la sofferenza, non la demonizzo non mi fisso solo sul positivo come certe scuole di nuovo pensiero, ma voglio imparare ad accoglierla per poterla trasmutare, trasformare attraverso un lavoro alchemico di ricerca e sperimentazione su di me.

Di per contro non sono un fan della sofferenza a tutti i costi, del fatto ampiamente accettato che si debba necessariamente soffrire per evolvere.

Ultimamente specie nei messaggi canalizzati da Tizio e Caio, si sente sempre dire che “si sta smuovendo qualcosa”, ”si è manifestata la tale energia”, “certe cose succedono perchè stiamo ascendendo” e che veniamo portati a questa o quell’altra vibrazione..”.

Si asserisce spesso che tutto il “male” che c’è nel mondo è causato dal passaggio alla nuova era e che quindi siamo costretti a subirne le conseguenze volenti o nolenti.

Io non credo che siamo necessariamente nati per soffrire e credo che applicare la spiritualità alla propria vita serva si a farci sentire meglio con noi stessi, ma anche a migliorare le condizioni esteriori della vita.

Non ritengo necessari quei percorsi che ci costringono ad anni di sudditanza e sofferenza.

Non credo siano necessari quei messaggi che ci dipingono sempre come in balia di qualcos’altro e ci danno un modo per giustificarci continuamente e rimandare l’impegno su noi stessi , addossando le cause dello star male a qualcun’altro o qualcos’altro.

Credo che abbiamo sempre il controllo delle nostre vite esteriori, interiori e di ciò che ci succede, con i dovuti principi, e che le nostre convinzioni più profonde creino la nostra realtà.

Così se anche ci fosse un degrado generale e una possibile ascensione in corso, noi avremmo comunque il potere di renderci immuni e neutrali a tutto il mondo che ci crolla intorno.

Io questo lo credo fermamente, lo studio, e cerco di insegnarlo agli altri, ma mi rendo conto di quanto sia difficoltoso vivere sempre con questa consapevolezza, perciò non sono contro lo star male, il lamentarsi ogni tanto,la sofferenza.

Credo però che così come è vero che nel soffrire potremmo imparare le nostre lezioni più preziose, questo abbia anche un limite, rappresentato dal fatto che la sofferenza che ci distrugge dentro, che ci consuma in qualche modo, non sia assolutamente funzionale ne necessaria ne ingestibile.

Credo che sia ugualmente possibile imparare attraverso la gioa, l’amore, il benessere, la gratitudine come cammino di vita, e che non possiamo impiegare una vita al solo scopo di imparare soffrendo.

Quei percorsi che ci dicono che le sofferenze ci vengono “imposte” dall’alto al solo scopo di imparare o guadagnare una beatitudine successiva , io li ho completamente dimenticati.

E’ possibile in questo momento mettersi in risonanza con insegnamenti che liberano, è possibile credere di poter essere liberi davvero e che ci siano in giro libri, corsi, cd, e altre risorse che ci insegnano ad essere liberi, a cui dobbiamo però essere ricettivi.

Se non si è ricettivi alla libertà dello spirito infatti, non la si potrà mai accettare come esistente.

Namastè.

Andrea Panatta


http://www.josaya.com

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