sabato 16 ottobre 2010

Ai morenti e a chi li assiste


La morte è un momento critico, al quale è molto utile prepararsi.
Riflettiamo sul suo carattere di ineluttabilità. Riconosciamo che fa parte integrante della vita, poiché la vita ha necessariamente un inizio e una fine. È vano cercare di sfuggirle.
Se questo pensiero avrà messo in noi salde radici con un certo anticipo, la morte quando arriverà non ci sembrerà come l’improvviso verificarsi di un evento anormale. Saremo capaci di affrontarla in maniera diversa.
È vero che a gran parte di noi ripugna pensare alla propria morte.
Passiamo la maggior parte della vita ad accumulare dei beni o a fare innumerevoli progetti, come se dovessimo vivere all’infinito, come se non sapessimo per certo che un giorno, forse domani o forse tra un istante, dovremo andarcene e lasciarci tutto alle spalle.
Secondo il buddhismo è importante esercitarsi da subito a morire nel modo giusto. Quando cessano le funzioni vitali, il livello grossolano dell’attività mentale si dissolve e si manifesta la coscienza sottile che non ha bisogno di nessun supporto fisico, offrendo al praticante agguerrito una opportunità irripetibile di progredire verso il Risveglio. È per questo che soprattutto nei tanta [] si trovano svariati sistemi di meditazione per prepararsi alla morte.
Se siete credenti, al momento di morire ricordatevi della vostra fede e pregate. Se credete in Dio, dite a voi stessi che anche se è triste arrivare alla fine della vita, Lui deve avere le sue ragioni, e che in questo fatto c’è qualcosa di profondo, impossibile da comprendere per voi. Questo pensiero vi aiuterà di certo.
Se siete buddhisti e credete nella reincarnazione, la morte è soltanto una sostituzione dell’involucro corporeo, proprio come quando si indossano degli abiti nuovi perché quelli vecchi sono logori. Quando il nostro supporto fisico, per l’influenza di cause interne ed esterne, diviene incapace di mantenersi in vita, giunge il momento di abbandonarlo e di prenderne uno nuovo. In tali condizioni, morire non significa cessare di esistere.
Per un credente, che ammetta o no la reincarnazione, nel momento della morte l’importante è far cessare i pensieri della coscienza grossolana, evocando chiaramente dentro se stessi la fede in Dio o in un altro essere mentale positivo. L’ideale è mantenere il proprio spirito il più lucido possibile, evitando tutto quello che può offuscarlo. Ciò nondimeno, se il morente soffre molto e non ha alcuno stimolo ad assumere un atteggiamento positivo, è preferibile che non muoia in uno stato di perfetta coscienza. In questo caso è buona cosa somministrargli dei tranquillanti e dei narcotici.
Per coloro che non praticano alcuna religione o via spirituale, e che hanno un atteggiamento mentale molto lontano dalla visione religiosa del mondo, la cosa più importante al momento di morire è di essere calmi, distesi, e di conservare ben presente allo spirito il pensiero che la morte è un processo naturale che fa parte della vita.
Se assistete un moribondo, adottate l’atteggiamento più consono alla sua personalità, alla natura della sua malattia, al fatto che abbia o no una fede religiosa, che creda o meno alla reincarnazione, ed evitate per quanto possibile l’eutanasia. Fate di tutto per aiutarlo a rilassarsi, creando intorno a lui un clima di serenità. Se vi agitate, il suo spirito sarà turbato da ogni sorta di pensieri, e si sentirà male. In termini buddhisti correte il rischio di suscitare in lui delle tendenze negative.
Se condividete la stessa religione del moribondo, ricordategli le pratiche che gli sono familiari o aiutatelo a ravvivare la sua fede. Nel momento della morte il suo spirito perde lucidità. Sarà inutile esortarlo a seguire una nuova pratica cui non è molto abituato. Quando la sua coscienza grossolana si dissolve e inizia la fase della coscienza sottile, l’unica cosa che può aiutarlo è la forza del suo addestramento spirituale e dei suoi pensieri positivi.
Quando il malato è immerso nel coma e in lui resta soltanto il ritmo del respiro, in assenza del pensiero, se è impossibile far emergere il suo spirito dall’incoscienza, agite comunque tenendo conto della situazione. Se la sua famiglia ha dei mezzi e tiene al moribondo al punto che è disposta a fare qualsiasi cosa per mantenerlo in vita anche solo per un giorno, è importante provare. Se questo non darà alcun aiuto al morente, realizzerà i desideri di coloro che lo amano.
Quando non esiste alcuna speranza di ravvivare la coscienza e per giunta tale operazione sarebbe troppo costosa e metterebbe la famiglia in difficoltà o porrebbe gravi problemi ad altri, è importante congedarsi.
Aggiungerei che, secondo il buddhismo, anche se bisogna fare di tutto per evitare al morente di soffrire, resta il fatto che non gli si può evitare la sofferenza generata da lui stesso. In altri termini, egli soffre a causa delle sue azioni (o karma), e l’effetto delle azioni è ineluttabile. Se si trovasse in un luogo sprovvisto di qualsiasi condizione materiale favorevole o in un’altra forma di esistenza in cui nessuno potesse prendersi cura di lui, le sue sofferenze sarebbero peggiori. Poiché in realtà qualcuno lo accudisce e si occupa dei suoi bisogni, è preferibile che soffra nel suo corpo attuale. Certo dipende soprattutto dalla famiglia e dagli intimi decidere se è il caso di prolungare o meno uno stato di sopravvivenza artificiale.

Tratto da I consigli del Cuore - Dalai Lama

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