sabato 16 ottobre 2010

Chi siamo?



Che strana domanda! In verità non sappiamo da dove veniamo. Siamo un ospite di passaggio in questa vita. Non sappiamo dove siamo diretti. Se vi fermerete a riflettere scoprirete di conoscere molto poco di ciò che veramente siete; non contano il vostro nome e indirizzo, la vostra famiglia, il vostro lavoro o i rapporti sociali: queste cose sono all'esterno di voi. Ma se vi venissero tolte e non aveste più niente di esteriore con cui descrivervi, allora chi sareste?

"Conosci te stesso" è il classico consiglio filosofico offerto dai Maestri occidentali e orientali di tutti i secoli, perché in questa conoscenza si trova la risposta completa al grande enigma della vita e della morte e di conseguenza la pace della mente e dello spirito. Ma chi è questo te stesso? Come si può andare alla sua ricerca? Dove si nasconde? In quale direzione bisogna andare per trovarlo, e se lo troviamo come possiamo imparare a conoscerlo?

Noi usiamo continuamente la parola "io". Ma quanto conosciamo di questo "io" che pensa, che crede, che decide ciò che gli piace e che decide non può soffrire? Non potrebbe darsi che il vostro vero essere non abbia assolutamente niente a che vedere con l'io?

Certamente questo è un concetto insolito perché noi adoperiamo generalmente il nostro "io" e cerchiamo di accontentarlo in ogni modo, dandogli quello che vuole, coltivando le sue convinzioni, le sue preferenze, i suoi pensieri. Infatti, ci lascia molto perplessi sentirci dire che l'io è effettivamente un estraneo nella nostra casa, e che ha preso il comando delle nostre vite e le gestisce a modo suo!

Siamo ben lontani da quella comprensione dell'io che riteniamo di avere ("mi conosco molto bene") e che inoltre non abbiamo quasi nessun controllo su quello che l'io è o su quello che probabilmente diventerà. In altre parole, è l'"individuo" o l'io che controlla il nostro vero essere e ci dice che cosa dobbiamo fare. Poiché non ci rendiamo conto di come questo "individuo " ci abbia imbrogliati, obbediamo ciecamente ai suoi comandi.

L'uomo, consapevolmente o no, cerca continuamente se stesso. Poiché solo dopo questo ritrovamento egli si risveglierà alla realtà e potrà "vivere" nel vero e completo senso della parola, esprimendo se stesso e utilizzando tutte le sue capacità, tutte le sue qualità, tutte le sue energie. Ogni nostra aspirazione, ogni nostro desiderio, ogni nostra insoddisfazione, ogni nostra ricerca sono in realtà sintomi di questa innata esigenza dell'uomo di raggiungere l'autorealizzazione, e sono le manifestazioni esteriori della lotta interna che stiamo combattendo, pur senza saperlo, per metterci in sintonia con il punto centrale della nostra coscienza, che rappresenta il fulcro della vita.

Dal "nosce te ipsum" di Socrate fino alla ricerca dell'individuazione degli psicanalisti moderni, l'uomo ha dimostrato di aver intuito questa verità. Tuttavia non è facile scoprire questo nostro io reale perché la nostra vera individualità è latente nel profondo di noi stessi, è come se fosse "inconscia" per noi, e talvolta è addirittura dormiente per cui dobbiamo lottare molto, commettendo numerosi errori, prendendo direzioni sbagliate, soffrendo e penando, prima di trovare la via giusta che ci porterà direttamente alla sorgente di noi stessi.

Dal punto di vista psicologico essere coscienti significa essere consapevoli dei nostri stati interni (fisici, emotivi e mentali) e di quelli esterni, generalmente percepiti con i sensi. Comunque il fatto di avvertire le modificazioni avvenute in noi e fuori di noi è solo un aspetto molto limitato della coscienza. Essa, infatti, si può espandere al punto di percepire la distinzione tra chi osserva e colui che è osservato, in questo caso prende il nome di "autocoscienza". Pertanto, quando si parla di coscienza, si intende la capacità di percepire impressioni e sensazioni.

Nell'uomo spetta al sistema nervoso il lavoro di fornire le informazioni alla coscienza. Più il sistema nervoso è sviluppato e maggiori saranno le informazioni che essa sarà in grado di ricevere. Una sensazione non è altro che un'informazione che i sensi presentano alla coscienza. La coscienza compare quando sono in gioco delle differenze. Senza qualche differenza non si crea nulla che la coscienza possa percepire. Perché vi possa essere coscienza vi devono essere almeno due elementi ben determinati: UN PERCEPIENTE ovvero un essere in grado di percepire e valutare UNO STIMOLO ovvero qualcosa che può essere percepito.

Ed è proprio la coscienza che, ponendosi tra "colui che conosce" e "ciò che è conosciuto", permette che il primo diventi consapevole del secondo. La coscienza resta sempre quella, sia che "percepisca" il mondo esterno oppure i movimenti interiori (emozioni, passioni, ecc.). Se non avessimo la coscienza non potremmo renderci conto di esistere e tantomeno di possedere un corpo o di vivere in un mondo di oggetti e di fenomeni. Possiamo perciò affermare che, fondamentalmente, noi non siamo altro che una "particella" di coscienza individualizzata e perciò in grado di:

   1. rendersi conto di esistere,
   2. rendersi conto di essere qualcosa diverso dagli oggetti circostanti (autocoscienza) e di poter prendere coscienza di "Sé".

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