venerdì 26 novembre 2010

Il nostro scopo sulla terra


Tratto da un intervista di Steve Ferrell al Dr Wayne W. Dyer

Siamo qui con uno scopo. Veniamo in questo mondo sapendo quale è questo scopo, ma poi lo dimentichiamo, così come tendiamo a dimenticare i nostri sogni. Veniamo come esseri spirituali e siamo qui come esseri fisici, ma in realtà rimaniamo sempre degli esseri spirituali che stanno avendo un’esperienza umana. Mentre siamo qui in un corpo fisico il nostro scopo è di raggiungere un livello superiore. Non che sia così facile. Non si tratta certo di prendere un ascensore e di andare da un livello A a un livello B. Per salire da un livello all’altro dobbiamo produrre molta energia e questa energia non si produce solamente meditando o imparando a conoscere Dio. Il modo per generare energia consiste in primo luogo nel capire che siamo molto di più di un corpo fisico.  (...)
So che suona piuttosto strano, ma è un punto molto importante: ne parla anche la Kabala. Per poterci spostare da un livello più basso a uno più alto e per generare sufficiente energia, può essere molto utile una caduta. La Kabala dice che  quando l’Anima tocca il fondo può darsi la spinta per raggiungere un livello più alto. Ora le cadute della nostra vita sono prodotte dal nostro Io Superiore. Non sono un prodotto dell’ego. In realtà, l’ego è terrorizzato dall’idea di una caduta, perché è in questa fase che noi troviamo Dio. Si diventa più spirituali, più gentile, più premurosi. Una caduta può essere rappresentata da molte cose: una rottura amorosa, un incidente, un trauma di qualche tipo. Ciò che dobbiamo sapere, non credere, ma sapere è che proprio nel momento della caduta che noi stiamo generando l’energia necessaria per raggiungere un livello superiore. Invece di mettere energia nei nostri pensieri negativi, dovremmo essere grati dell’opportunità che ci viene data di diventare individui migliori e di raggiungere un livello più elevato. Se abbiamo questa consapevolezza, possiamo interpretare le nostre cadute con una nuova saggezza. E’ per questo che i monaci e gli esseri illuminati conducono vite così austere e rinunciano a tutto. Nell’attimo in cui lasciamo andare i nostri attaccamenti, e intendo dire lasciarli davvero andare, ci stiamo dando la spinta verso l’alto. Quando raggiungiamo questo livello, Dio si prenderà cura dei dettagli.  Quando raggiungiamo livelli più alti, non siamo più attaccati ai risultati. Una Coscienza Illuminata è proprio questo: distaccarsi dal risultato. Quando ci troviamo in uno stato di coscienza superiore, amiamo senza chiedere nulla in cambio. Il nostro ego è quella parte di noi che crede di essere separato dagli altri e quindi importante, in competizione con, meglio di, più bello di e tutto questo genere di cose. Il nostro Io Superiore sa che non c’è separazione. Non esiste. Quando si arriva a questo punto, si è così liberi da sentirsi pieni di gioia. E quando siamo pieni di gioia e non più attaccati al risultato di come una certa cosa dovrebbe andare a finire, l’ironia è che ciò che desideriamo si manifesta. Si tratta davvero solo di entrare in contatto con il nostro Io Superiore e di lasciargli il permesso di governare la nostra vita invece di lasciarlo fare al nostro ego. Una volta che riusciamo a fare questo, siamo davvero liberi. (...)
Possiamo portare a noi qualunque cosa di cui abbiamo bisogno semplicemente attraverso il potere dell’intenzione.
(...) Tutti abbiamo un proposito divino. Un senzatetto che troviamo per strada può aver deciso di aiutare le persone a diventare più compassionevoli. Siamo qui per questo. Nella dimensione in cui si trovava prima di venire qui, quel senzatetto può aver deciso: “Sì, starò senza una casa, non avrò nulla e quando qualcuno mi passerà accanto e avrà un po’ più di compassione nel suo cuore, per me sarà abbastanza, avrò realizzato il mio scopo”. Se riusciamo a capire il concetto di eternità, che non c’è nessun inizio e nessuna fine, se riusciamo ad afferrarlo possiamo essere qualunque cosa.

(...) personalmente non ho mai tratto inspirazione da persone fuori. Posso citare una serie di libri che ho letto e che hanno avuto una grande influenza su di me come Abraham Maslow, Albert Ellis, il Bhagavad-Gita, il Nuovo Testamento, un Corso in Miracoli, la Kabbalah e la poesia di William Blake. Ma ciò da cui traggo maggiore inspirazione è qualcosa che mi brucia dentro, una candela interiore che non si spegne mai. Io sono una sorta di osservatore di tutto questo, esattamente come lo sei tu. Noi pensiamo di essere i partecipanti e di fare delle scelte, ma ciò che davvero siamo è dei testimoni. Io e te siamo seduti qui adesso, ma c’è una parte di noi che sta guardando tutto questo mentre questo avviene. All’improvviso diventi il testimone della vita, piuttosto che colui che stai guardando: in altre parole, chi sono qui con te ora non è la persona che sta seduta qui con te ma la persona che sta guardando tutto questo accadere. Io non sono ciò che vedo, sono colui che vede, sono il testimone. E’ questo ciò che mi inspira, la capacità di essere un testimone. E’ questo Dio, ciò che io penso Dio sia. Dio è un testimone compassionevole, è quella presenza amorevole che è sempre con te e che non ha forma. La parte di me che guarda non invecchia mai, è eterna. E’ vedere questo corpo mentre fa le sue esperienze. Il tuo corpo è sul sentiero e, come un albero, contiene la sua essenza già nel seme. La tua essenza era già nel seme che è stato piantato nell’attimo in cui sei stato concepito; tuttavia il testimone è sempre stato lì.



(fonte: http://www.lifedynamix.com/articles/Total-Health/Wayne_Dyer_Interview.html.
Traduzione e adattamento: Alessia Giovannini)

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