sabato 15 gennaio 2011

Non so dire di no


Rifiutare è  un tabù.... Perché? Abbiamo indagato...

I jeans sono troppo stretti, ma li comprano lo stesso... 
E pur sommersi di lavoro, accettano comunque un nuovo incarico. 

“L’incapacità di dire di no deriva dal fatto di dare più importanza ai desideri dell’altro rispetto ai propri”, spiega Nicola Ghezzani, psicoterapeuta a Roma, autore di Volersi male (Franco Angeli). “Questo atteggiamento, legato a un’immagine negativa di sé, è un modo per svalutarsi”. Si preferisce soddisfare l’altro piuttosto che sé, con tutte le frustrazioni che ne derivano: una certa rabbia verso se stessi per avere accettato un incarico, un invito o un progetto non desiderati e il risentimento verso chi ha saputo ottenere da noi quello che voleva. “Dire no modella la propria identità e permette di capire cosa si vuole davvero”, precisa Ghezzani. “Chi non sa rifiutare nulla non cresce”. Alla insoddisfazione si aggiunge anche la non considerazione da parte dell’altro. Come fidarsi di chi risponde sempre in modo affermativo? Il suo sì è un vero sì o un falso no? Sono la credibilità e l’onestà dell’eterno consenziente a essere messe in discussione.
Restare un bambino obbediente
Rifiutare, disobbedire, dire no? I genitori, gli insegnanti e professori ce lo hanno spesso proibito. “Chi non osa imporsi è rimasto in un rapporto infantile con l’autorità”, afferma Ghezzani. “Si tratta per lo più di persone che hanno mantenuto una relazione di dipendenza verso i genitori”. Attorno ai 2-3 anni, il bambino è in bilico tra due tendenze opposte: da una parte, vive la fase dei “no”, vale a dire la presa di coscienza della propria autonomia, che esprime opponendosi di continuo a mamma e papà, dall’altra ha paura di essere abbandonato e di perdere l’amore dei genitori. “Anche se non si è sottomessi a un’educazione particolarmente rigida o a ricatti affettivi (“Se continui a disobbedire non riuscirò più a sopportarti”), queste angosce prendono velocemente il sopravvento”, spiega la psicologa Marie Haddou, coautrice di Saper dire no, senza sensi di colpa! (Fabbri). Per eliminarle, sembra esserci un’unica soluzione: obbedire. Un atteggiamento che, in età adulta, si ripropone nei legami sociali e affettivi. Bloccati in questa posizione infantile, si crede allora di non riuscire a sopravvivere a una crisi, un diverbio, un litigio. È la paura inconscia del conflitto a guidare questi “signori sì”.
Nutrire un’onnipotenza inconscia
La volontà di non deludere l’altro sembra una buona ragione per non dire mai “no”. In realtà, sottolinea Haddou, l’obiettivo è “soddisfare un sentimento interiore di onnipotenza”. Chi non riesce a opporsi ha scarsa autostima ma, a livello incoscio, non ha rinunciato a essere onnipotente. In ufficio, per esempio, chi dice sempre di sì è l’“eroe” che vuole provare a sé e agli altri di potersi occupare di tutto. Nelle legami affettivi, è l’amico più richiesto, sempre disponibile e presente. Così il sì detto a tutti lusinga un ego che, in fondo, si crede unico e insostituibile.
Vania Crippa 

Articolo già pubblicato da www.psychologies.it

1 commento:

  1. Trovo molto interessante la parte finale dove si parla di sentimento interiore di onnipotenza, ma non capisco da dove nasca questo mio desiderio di fare si che gli altri siano felici. Non è forse quello che si dice amore per il prossimo? amore e considerazione per il prossimo più di quella che ho per me stessa, non è una colpa, ma un qualcosa da correggere,è qualcosa che si è formato nell'infanzia e forse anche prima, perchè ho nel mio sangue ed ho respirato i sacrifici dei miei genitori e prima ancora dei miei nonni,sempre pronti a rinunciare a tutto per i figli,sempre pronti al sacrificio.Quindi se il prossimo lo amo già,adesso devo imparare ad amare e rispettare me stessa e sviluppare la volontà.Grazie

    RispondiElimina