mercoledì 27 aprile 2011

La mia casa

Il mio corpo
è la mia casa.
Amo che sia pulita.
 
...Il mio corpo
è la mia casa.
Può capitare che traslochi.
 
(Chiara Bellocchi)
 
Capriole nel Cielo 
Acaquistalo QUI

venerdì 22 aprile 2011

Una guida per l'esistenza


 

Insegna un Maestro che vivere significa porre attenzione ad ogni istante che passa, a tutto ciò che accade intorno a noi, a ogni cosa che facciamo. Significa sviluppare l'attenzione, avere la piena consapevolezza che ogni attimo della nostra vita ha un significato che possiamo cogliere solo se siamo desti, cioè aperti a cogliere ogni avvenimento che accade intorno a noi.
Vivere vuol dire essere sempre se stessi senza lasciarsi distrarre dal turbinio della vita, attraversando le esperienze di lavoro, gli affetti, l'amore e i dolori senza subirne l'influenza, senza farci abbattere dalle sofferenze o esaltare dalle gioie.
Mantenere la calma dentro di noi e l'armonia nei confronti di ciò che ci circonda ci consente di percepire l'intuizione, ovvero la condizione che ci permette di scegliere, tra le varie circostanze della vita, la strada che conduce alla nostra evoluzione.
Chi riesce a vivere con questa consapevolezza scoprirà che quanto gli succede non è che un messaggio, un segno, che può essere percepito, intuito, interpretato e quindi fatto proprio. Un messaggio che ha un preciso significato per la propria vita, in quel momento in quella situazione. Dall'altra dimensione ci arrivano, nello spazio e nel tempo, segni precisi. Se siamo capaci di dar loro un significato possiamo trarne una grande utilità, anche in termini pratici, poichè i segni, aiutandoci a scegliere, possono suggerirci quali ostacoli superare e quali pericoli evitare.

I Segni del Destino

Scopri il significato nascosto di ciò che accade nella tua vita



venerdì 15 aprile 2011

L’inutilizzato potere di un sorriso


Da: irc@coscienza.org A: mailing.list@coscienza.org

dallo SchwartzReport del 26 marzo 2011

traduzione a cura di Erica Dellago


Ron Gutman è fondatore e CEO [Chief Executive Officer, amministratore delegato. NdT] di HealthTap. Ricopre anche il ruolo di curatore di TEDxSilicon Valley. Questo articolo è stato estrapolato da una presentazione tenutasi nel corso dell'ultima conferenza TED.
Stephan A. Schwartz



RON GUTMAN - Forbes



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Recentemente ho fatto un’interessante scoperta mentre correvo: il sorriso, un piccolo semplice gesto che ha fatto una grande differenza e mi ha aiutato sostenendomi nei tratti più impegnativi della corsa su lunga distanza. Questo mi ha spinto a intraprendere un viaggio che mi ha portato attraverso la neuroscienza, l'antropologia, la socialità e la psicologia per scoprire i poteri non ancora utilizzati del sorriso.

Ho iniziato il mio viaggio esplorativo in California, con un affascinante studio longitudinale durato 30 anni della UC Berkeley (Università della California, Berkeley) [in inglese] che ha analizzato i sorrisi degli studenti in un vecchio annuario, e misurato il loro benessere e successo nel corso della vita. Misurando i sorrisi nelle foto, i ricercatori sono stati in grado di prevedere: quanto appagante e duraturo sarebbe stato il loro matrimonio, quale punteggio avrebbero ottenuto nei test standardizzati di benessere e felicità generale, e quanto sarebbero stati buona fonte di ispirazione per gli altri. Quelli che hanno sorriso di più si sono costantemente classificati ai livelli più alti in tutte le aree menzionate.

Ancora più sorprendente è stato un progetto di ricerca della Wayne State University del 2010 [in inglese]che ha analizzato le foto tessere di baseball dei giocatori della Major League nel 1952. Lo studio ha scoperto che l’ampiezza del sorriso di un giocatore ha potuto effettivamente far prevedere la durata della sua vita!
I giocatori che non sorridevano nei ritratti hanno vissuto una media di soli 72,9 anni, mentre i giocatori con sorrisi raggianti hanno vissuto una media di 79,9 anni.

Proseguendo il mio viaggio, ho imparato che siamo parte di una specie portata per natura a sorridere, che possiamo usare il potere del nostro sorriso per influire positivamente su quasi tutte le situazioni sociali, e che sorridere ci fa davvero bene.

Sorprendentemente, di fatto siamo nati sorridendo. Adesso, l’ecografia 3D (tridimensionale) dimostra che i feti sembrano sorridere perfino nel ventre materno [in inglese]. Dopo la nascita, i neonati continuano a sorridere (inizialmente per lo più nel sonno) e anche i bambini ciechi sorridono in risposta al suono della voce umana.

Il sorriso è anche una delle più fondamentali espressioni uguali in termini biologici per tutti gli esseri umani. Paul Ekman (esperto mondiale in materia di espressioni facciali) ha scoperto che i sorrisi sono transculturali e hanno lo stesso significato nelle diverse società. Negli studi [in inglese] che ha condotto in Papua Nuova Guinea, Ekman ha scoperto che i membri della tribù Fore (del tutto scollegati dalla cultura occidentale, noti per i loro singolari riti di cannibalismo), accompagnano con sorrisi descrizioni di situazioni allo stesso modo in cui lo faremmo noi.

Il sorriso non è solo un mezzo di comunicazione universale, è anche un mezzo di comunicazione frequente. Più del 30% di noi sorride più di 20 volte al giorno e meno del 14% di noi sorride meno di 5 volte al giorno. In realtà, quelli con i maggiori superpoteri sono i bambini, che sorridono ben 400 volte al giorno!

Vi siete mai chiesti perché stare con bambini che sorridono spesso vi fa sorridere più spesso? Due studi del 2002 e 2011 della Uppsala University in Svezia hanno confermato che i sorrisi degli altri in effetti allentano il controllo che di solito esercitiamo sui nostri muscoli facciali, costringendoci a sorridere. Hanno anche dimostrato che è molto difficile guardare male qualcuno che sorride.

Perché? Perché il sorriso è contagioso, e noi abbiamo una innata spinta inconscia al sorriso quando ne vediamo uno. Questo fenomeno si verifica perfino fra estranei anche quando non c’è intenzione di legare o familiarizzare con l’altro. Imitare un sorriso e provarlo fisicamente ci aiuta a interpretare quanto sincero è un sorriso, e a comprendere il reale stato emotivo di chi sorride.

Nella ricerca effettuata presso l'Università di Clermont-Ferrand in Francia, ai partecipanti è stato chiesto di valutare i sorrisi sinceri rispetto a quelli falsi, tenendo una matita in bocca per reprimere i muscoli che ci aiutano a sorridere. Senza matita in bocca, i partecipanti si sono rivelati giudici eccellenti, ma con la matita (che impediva loro di imitare i sorrisi che vedevano), la loro capacità di giudizio si è ridotta.

Queste evidenze non avrebbero sorpreso Charles Darwin, che oltre a sviluppare la teoria dell’evoluzione in “L'origine delle specie”, ha anche sviluppato la “Facial Feedback Response Theory” (teoria del feedback facciale), che suggerisce che di fatto l'atto del sorridere ci fa sentire meglio (piuttosto che la tesi che sorridere sia semplicemente il risultato del sentirsi bene).

Questa teoria è supportata da diversi studi recenti, inclusa la ricerca [in inglese] della Echnische Universität di Monaco di Baviera in Germania. In uno studio del 2009, gli scienziati hanno usato la risonanza magnetica funzionale per immagini (MRI funzionale) per misurare l'attività cerebrale nelle regioni di elaborazione delle emozioni del cervello prima e dopo l'iniezione di Botox per trattenere i muscoli del sorriso. I risultati hanno dimostrato che il feedback facciale (come imitare un sorriso) modifica di fatto l’elaborazione neurale del contenuto emozionale all’interno del cervello, e la conclusione è che i circuiti dell’emozione e della felicità del nostro cervello si attivano quando sorridiamo!

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Sorridere stimola i meccanismi di ricompensa del nostro cervello in un modo che neppure il cioccolato, un ben considerato induttore di piacere, può eguagliare. In uno studio condotto nel Regno Unito (che ha usato una macchina di risonanza elettromagnetica del cervello e un monitor della frequenza cardiaca per creare “valori di potenziamento dello stato d’animo” per diversi stimoli), i ricercatori britannici hanno scoperto che un sorriso è in grado di fornire un livello di stimolazione cerebrale paragonabile a fino a 2mila barrette di cioccolato; hanno scoperto anche che sorridere può essere stimolante quanto ricevere fino a 16mila sterline in contanti. Che equivale a 25 pezzi da mille dollari a sorriso ... non male ... al ritmo di 400 sorrisi al giorno, un bel po’ di bambini là fuori si sentono ogni giorno come Mark Zuckerberg!

E a differenza di un sacco di cioccolato, un sacco di sorrisi può realmente rendere più sani. Il sorriso ha effetti terapeutici documentati [in inglese], ed è stato associato a: riduzione dei livelli dell'ormone dello stress (come il cortisolo, l’adrenalina e la dopamina), aumento dei livelli dell'ormone della salute e dell'umore (come le endorfine), e abbassamento della pressione sanguigna.

Se ciò non bastasse, sorridere ci dona un aspetto migliore agli occhi degli altri.
Un recente studio della Penn State University [in inglese] ha confermato che quando sorridiamo, non solo appariamo più attraenti e gentili, ma siamo di fatto percepiti come più competenti.

Così ora sappiamo che:
• quando sorridi, hai un aspetto migliore e ti senti meglio
• quando gli altri sorridono, hanno un bell’aspetto e si sentono bene, anche loro
• quando gli altri ti vedono sorridere, sorridono a loro volta.

E’ forse per questo che Madre Teresa ha detto: “Non potrò mai comprendere tutto il bene che un semplice sorriso può compiere”. Qual è il trucco? Solo che il sorriso che fai deve essere grande, e sincero!

Nel mio affascinante viaggio per scoprire di più sul sorridere, ho scoperto qualcosa di molto più grande di un semplice modo per vincere una corsa impegnativa - ho scoperto un modo semplice e sorprendentemente potente per migliorare significativamente la mia vita e quella degli altri.

Quindi adesso, ogni volta che volete avere un aspetto radioso e competente, migliorare il vostro matrimonio, o ridurre lo stress ... ogni volta che volete sentirvi bene come quando godete di tanto eccellente cioccolato, senza pagarne il prezzo in calorie, o come se aveste casualmente trovato 25 pezzi da mille dollari nella tasca di una giacca che non indossavate da molto tempo... o quando volete utilizzare un superpotere e aiutare voi stessi e gli altri a vivere una vita più lunga, più sana, più felice… SORRIDETE

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L'Uomo e L'universo

«Se diverrà dominante il nuovo paradigma collegato al fenomeno della ricerca psichica, avremo lo spostamento da un orientamento per lo sviluppo materiale a una società basata sull'apprendimento e la programmazione guidata da un'etica ecologica ed autorealizzativa: lo sviluppo di una scienza aperta rivolta verso l'esplorazione delle esperienze soggettive...»
Willis H. Harman
 
«Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nel vedere con occhi nuovi»
Marcel Proust
 
«I concetti che ora si mostrano fondamentali per la nostra comprensione della natura …
sembrano alla mia mente delle strutture di puro pensiero …
l'universo comincia ad apparire più come un grande pensiero che come una grande macchina»
James Jeans, in "The Mysterious Universe" 

"Non siamo esseri umani su un viaggio spirituale, siamo esseri spirituali su un viaggio umano".
Stephen Covey
 
"Compito della Scienza non è aprire una porta all'infinito sapere, ma porre una barriera all'infinita ignoranza"
Galileo Galilei  

"La mente intuitiva è un dono sacro, e la mente razionale è un fedele servo. Noi abbiamo creato una società che onora il servo e ha dimenticato il dono..."
Albert Einstein  

venerdì 8 aprile 2011

Metodi pratici per cambiare il corso della fortuna

La "fortuna" è in larga parte il risultato del saper agire opportunamente. Quando siamo passivi, non ci assumiamo sufficiente responsabilità delle nostre cose e diventiamo vittime di ogni tipo di "sfortuna". Se consentiamo a noi stessi di accettare questo tipo di "sfortuna", normalmente ci sono dei motivi. Potremmo aver paura di non potere o di non dover passare all'azione e qualcuno potrà anche avere delle remore inconsce. Alcuni tendono ad incolpare la società per quello che nella loro vita non funziona. E' evidente che la società ha contribuito a creare la tossicodipedenza, l'alcolismo, l'emarginazione, ma incolpare gli altri ci distoglie dal guardare dentro di noi e dall'affrontare la nostra responsabilità di quanto accade. Inoltre promuove anche la passività. Se continuiamo a portare con noi le nostre recriminazioni dell'infanzia, finiremo per sentirci sopraffatti dalla nostra sfortuna, giacchè è tutta colpa dei nostri genitori. Per esempio, non cercheremo mai di migliorare il nostro mondo, che la colpa sia degli altri oppure no. Sta solo a noi prenderci carico meglio che possiamo della nostra vita e portarla avanti.  La mia convinzione è che, una volta riconosciuto il nostro ruolo nel creare situazioni tutt'altro che perfette, sapremo apportare dei cambiamenti e sarà allora che le cose cominceranno a migliorare. Quanto a sorte, destino e fortuna, tutti noi abbiamo ricevuto determinate risorse, capacità e incapacità. Quello che siamo capaci di fare con quello che abbiamo a disposizione determina la nostra "fortuna". "La colpa" come dice shakespeare " non è nelle stelle, ma in noi stessi". Più agiamo per cambiare la nostra sorte, più ce ne assumiamo la responsabilità e più ci sentiamo sicuri. Nell'attimo stesso in cui facciamo qualcosa di positivo, ci sentiamo subito bene, e siamo meno arrabbiati.
Segnali di ogni tipo ci aiuteranno  a capire quando lasciar andare una situazione o un ciclo di attività negative. La ripetizione è un campanello di allarme: un segnale che è necessario attuare un cambiamento. L'accumulo di risultati negativi ci porta spesso a concludere che abbiamo sfortuna nella scelta del partner, nel lavoro, nella scelta degli amici e in mille altre cose della vita. Se individuate uno schema di circostanze che si ripetono e ogni volta finiscono male, è necessario che vi chiediate." Qual'è il mio ruolo in tutto questo?" In realtà dovrete munirvi della necessaria autocritica. Uno degli aspetti peculiari dell'autocritica è essere capaci di valutare le nostre relazioni personali.
 Forse avete amici pieni di problemi che sono emotivamente dipendenti e si appoggiano pesantemente a voi e questo rappresenta un grosso aggravio emozionale.
Dovreste perciò esaminare le vostre giustificazioni per tutto quel tempo sprecato con persone emotivamente dipendenti. Che csa ci attira in queste situazioni? Spesso si viene completamente assorbiti dai problemi degli amici perchè è ciò che si desidera: è un modo per impedirsi di fare cose più difficili o per non affrontare i problemi propri. E' possibile prendersi cura degli altri senza lasciare che si approprino di tutte le nostre energie disponibili. Una sola piccola impresa di cambiamento di focus promuoverà nuove sensazioni di piacere e di sicurezza perchè sarete contenti di voi stessi per esservene occupati. Fare piccoli cambiamenti vi permette di apprezzarvi di più, e quando avrete più amore per voi stessi, incomincerete ad occuparvi di cose più utili per migliorare la vostra vita in tanti piccoli modi che potranno portare a grandi cambiamenti positivi. E questa ovviamente è "Fortuna"!

Tratto da:

Il Senso non Comune della Vita
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Da non perdere
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Ragione e passione unite per decidere bene


Nelle decisioni di tutti i giorni spesso ci inganniamo. Un po’ come Charlie Brown che rimane confuso e interdetto quando incontra la ragazzina dai capelli rossi, anche la nostra testa è spesso “calda e stupida”. Quando si tratta di risparmiare, spendere e investire non siamo quei razionali e fulminei calcolatori di “utilità” che popolano i modelli matematici dei libri di economia. Anzi, il particolare computer che ci portiamo a spasso tra le orecchie ha un processore molto lento, poca memoria e più bachi di quanto siamo disposti ad ammettere. Come se non bastasse, nella vita quotidiana gioia, paura, rabbia, gelosia, invidia, disgusto e molti altri sentimenti che condizionano le nostre decisioni in modo ben poco “calcolato”. Alcuni degli errori che commettiamo sono la regola e non l’eccezione. Sono ostinati e insidiosi e ci portano, proprio come le illusioni ottiche, a credere vere delle impressioni false. Sia le illusioni visive sia quelle cognitive sono indotte da processi automatici e spontanei, attraverso i quali filtriamo la realtà in maniera rapida e intuitiva, ma anche approssimativa e fuorviante. A studiare le nostre decisioni come il prodotto di un’incessante negoziazione tra processi “automatici” e processi “controllati”, tra “affetti” e “cognizione” e del gioco di sinapsi delle aree cerebrali corrispondenti è una nuova disciplina, la neuroeconomia, che mira precisamente a fornire una teoria delle nostre scelte economiche a partire da ciò che sappiamo sul funzionamento del cervello.
Per troppo tempo abbiamo trattato la natura umana come se fosse una cosa o l’altra. Siamo razionali o irrazionali. Ci basiamo sulla logica oppure ci affidiamo all’istinto. La logica apollinea contro le sensazioni dionisiache; l’id contro l’ego; il cervello rettile contro i lobi frontali. Queste dicotomie non sono solo false, sono distruttive. Platone pensava che lo scopo della corteccia prefrontale fosse di metterci al riparo delle nostre emozioni. Ma Platone, in fin dei conti, non faceva esperimenti – e meno che mai con le moderne tecniche di imaging cerebrale. I recenti e ingegnosi esperimenti delle neuroscienze delle decisioni mostrano che la cognizione umana è il risultato sia di processi intuitivi sia di processi deliberati, i quali, insieme, concorrono alla rappresentazione del mondo e al modo in cui interagiamo con esso. Se a prevalere sia una modalità o l’altra dipende dalla natura del problema, dal momento della giornata, dal nostro umore, dalle nostre competenze, dalle nostre esperienze ecc.
Per esempio: monitorando il battito cardiaco, la pressione sanguigna, la temperatura corporea e la conduttanza cutanea di un gruppo di traders durante una giornata in cui prendono un migliaio di decisioni Finanziarie per una quarantina di milioni di dollari, si è potuto osservare come i loro parametri fisiologici fossero correlati con emozioni molto intense. Ciò non significa affatto che costoro stessero agendo “irrazionalmente”. Anzi, le peggiori decisioni risultarono scaturire nelle situazioni in cui le emozioni erano o completamente mute oppure del tutto travolgenti. Per fare l’investimento giusto le intuizioni devono esistere in un dialogo con l’analisi razionale.
Il motivo per cui le intuizioni sono “intelligenti” è che esse catturano la saggezza dell’evoluzione. Vi sono pertanto casi in cui la cosa giusta è affidarsi a loro, perché sanno più di quanto sappiamo noi. Un aspetto da non trascurare alla prossima visita all’Ikea!
Come ha mostrato un esperimento – non tra le pareti asettiche di un laboratorio, ma sul campo, cioè tra la folla di un grande magazzino – più tempo le persone passano a vagliare deliberatamente i pro e contro dell’acquisto di un divano (all’Ikea ne esistono più di trenta modelli), meno soddisfatti saranno della propria decisione. Meglio, in questi casi, scegliere per istinto (e lo stesso sembra valere per marmellate, vino, cereali, dentifricio ecc.).

Considerate per esempio i seguenti due problemi, molto simili a quelli escogitati dallo scienziato cognitivo del Massachusets Institute of Technology (MIT), Shane Frederick. Essi sono parte di un vero e proprio test (Cognitive Re!ection Test) per misurare la nostra capacità di “ri"ettere” sui ragionamenti che mettiamo in atto quando risolviamo un problema comune. Primo quesito:
Un paio di scarpette e un pallone da calcio costano insieme 110 euro; le scarpette costano 100 euro più del pallone; quanto costa il pallone?
Secondo quesito: In un prato c’è una zolla d’erba. Ogni giorno la zolla raddoppia di dimensione. Ci vogliono 48 giorni per coprire l’intero prato. Quanti giorni ci vogliono per coprire metà prato?
(Non procedete !no a che non avete risposto)
L’ipotesi avanzata dal Premio Nobel per l’economia Daniel Kahneman (e molti altri) è che l’elaborazione dell’informazione nella nostra mente sia presieduta da due distinti sistemi cognitivi, che per comodità chiameremo (come fa lui) sistema 1 e sistema 2.
Nel primo risiedono i processi “intuitivi”: veloce, automatico, associativo, è relativamente difficile da controllare e si mette in moto con poco o nessuno sforzo consapevole. Il secondo, di contro, è deputato allo svolgimento di operazioni che richiedono sforzo, motivazione e concentrazione, all’esecuzione di regole apprese (come quelle del modello di razionalità economica): esso è quindi lento, deliberato, seriale, può essere controllato e modificato, ma soprattutto richiede un maggior impegno di attenzione e di memoria.
L’interazione dei due sistemi suggerisce una sorta di anatomia dell’errore. Sbagliamo quando di fronte a un dato problema si attiva un processo cognitivo (sistema 1) che, nelle condizioni  specifiche, genera una risposta scorretta; e il sistema 2, che dovrebbe esercitare un’azione di controllo (razionale), non controlla affatto e lascia passare appunto la risposta scorretta.
Riflettete sul primo quesito. La formulazione della domanda rende immediatamente accessibile alla mente la risposta 10 euro. Questa è infatti la soluzione errata suggerita dal sistema 1; il quale separa, per così dire, naturalmente 100 e 10. Infatti quasi tutti hanno l’iniziale tendenza a rispondere così. “10 euro” è una risposta quasi impulsiva. Anche chi dà la risposta corretta, 5 euro, sentirà per un attimo l’attrazione della spontanea segmentazione in 100 e 10. In questo caso, catturare l’errore consiste immediatamente nello scoprire la risposta giusta. E per catturare l’errore occorre attivare il sistema di controllo: cioè il sistema 2. La maggior parte di noi, tuttavia, non lo fa; non riesce ad arginare la tentazione di rispondere 10 euro. Il “controllo di qualità” del ragionamento da parte del sistema 2 fallisce; la soluzione intuitiva, “a braccio”, innescata dal sistema 1 ci convince istantaneamente e ha la meglio. Il sistema 2 si rivela troppo permissivo e cadiamo nel trabocchetto come polli. 
Lo stesso vale per il secondo quesito: se la zolla raddoppia ogni giorno, e di giorni ce ne vogliono 48 per tutto il prato, quanti giorni ci vogliono per metà prato? Reazione impulsiva del sistema 1: “24 giorni”; ovvio no? No. Infatti, se diamo tempo al sistema 2 di attivarsi, di monitorare e di censurare il sistema 1, scopriremo che la risposta corretta è 47 giorni.
I risultati sperimentali dicono che solo il 20% degli studenti risponde correttamente alle domande di un test di questo tipo. 
Più che un homo oeconomicus, l’uomo di strada è un homo piger.

Come sanno bene gli esperti di marketing e di pubblicità, chi più chi meno, ci facciamo tutti in"uenzare dalle nostre emozioni.
Nessuno, tranne forse l’homo oeconomicus o l’anaffettivo e iperrazionale vulcaniano dalle orecchie a punta Mr. Spock di Star Trek, ne è interamente libero.
Eppure, come ha documentato magistralmente Antonio Damasio, alla luce di numerosi casi di suoi pazienti con lesioni cerebrali nella regione prefrontale ventromediale, per prendere una decisione “giusta” non basta sapere quel che si dovrebbe fare, ma occorre anche che il corpo ce lo faccia “sentire”. Come se la “pura ragione” avesse bisogno di un’assistenza speciale per mettere in atto i suoi piani: un po’ di passione che la aiuti!
Dopotutto, non è così sorprendente che gli individui razionali siano coloro i quali hanno una (meta)rappresentazione mentale più precisa e più raffinata dei propri condizionamenti emotivi e dei propri processi cognitivi. E la cui corteccia prefrontale sia in grado di integrare e modulare tali informazioni adattandole a seconda delle circostanze. Lo studio delle basi neurali della decisione sembrerebbe confermare proprio questo; e, come ha commentato Kahneman, “i risultati non potrebbero essere più eleganti”. L’evidenza sperimentale suggerisce pertanto un modo di intendere la razionalità che va contro molte credenze consolidate: non in contrapposizione con l’emozione, ma in cooperazione con questa. Le persone più razionali, cioè, non sono quelle che non provano emozioni; ma quelle che le sanno regolare meglio. Forse, se la nostra mente fosse governata esclusivamente da processi di tipo ri"essivo e deliberato, e il nostro cervello costituito dalla sola corteccia prefrontale (quella parte cioè che ci distingue dai rettili e dagli altri mammiferi, dove hanno sede le attività cognitive “superiori”), allora l’economia tradizionale sarebbe una buona teoria delle nostre scelte reali. Ma in questo caso più che abitanti del pianeta Terra, saremmo degli extraterrestri. Magari dei vulcaniani dalle orecchie a punta, dotati di una notevole mente matematica, e del tutto incapaci di provare emozioni: proprio come Mr. Spock. Ma per fortuna la vita non si consuma sullo schermo piatto di un televisore e la nostra economia emotiva è molto più ricca, varia, viva, astuta, bizzarra, estrosa e divertente di quella che si trova sui libri di testo. Le vie dei circuiti neurali sono infinte e possono dispensarci lezioni diverse a seconda delle circostanze. Come hai potuto apprezzare, raramente si tratta di lezioni scontate.

Matteo Motterlini
Professore Ordinario di Logica e Filoso!a della Scienza
Università Vita-Salute San Raffaele di Milano

Tratto dall'e-book "rivoluzione cervello" a cura di Giancarlo Comi e Viviana Kasam, editrice san raffaele

giovedì 7 aprile 2011

Seminario esperienziale: ANIME GEMELLE a Nemi (Roma)

 

10 aprile 2011 a Nemi (Roma) dalle 10:00 alle 18:00

Relatore Francesco Andrea Buonanno

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Ogni essere umano ha diverse anime gemelle e questo è il tempo in cui è più facile riconoscerle ed accoglierle nella nostra quotidianità.


Andremo alla scoperta del significato spirituale di "Anime Gemella". Condividere il proprio cammino con l'anima gemella compatibile migliora la qualità della vita oltre che la velocità della crescita spirituale. 

Vedremo alcuni principi spirituali che stanno alla base di un sano ed armonico rapporto di coppia, andremo alla scoperta del "progetto di coppia" che ognuno di noi ha e che è in relazione con il nostro compito individuale.

Il seminario è aperto a tutti.
E' aperto ai singles che vogliono essere pronti per l'incontro con la prossima anima gemella.
E' aperto a coloro che hanno già un rapporto di coppia e che vogliono migliorarlo o con Amore.
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Per informazioni
tel 06.83.51.04.13
cell 333.57.43.913

Approfondisci l'argomento a 360° con: 

 


http://www.josaya.com/2011/04/anima-gemella-%E2%80%93-hoseki-vannini/

 
http://www.josaya.com/2011/03/anima-gemella-illusione-o-realta/

Anima Gemella - Hoseki Vannini




Approfondisci su "Anima Gemella: Illusione o realtà" di Hoseki Vannini... Il testo che non ha perso l'occasione!

Leggi la recensione qui: http://www.josaya.com/2011/04/anima-gemella-%E2%80%93-hoseki-vannini/

mercoledì 6 aprile 2011

Miracoli

"Ci sono due modi per vivere la vita. Uno è pensare che niente sia un miracolo. L'altro è pensare che ogni cosa sia un miracolo" Albert Einstein





martedì 5 aprile 2011

Perchè i fachiri non sentono il dolore


Il dolore è necessario. Se inavvertitamente poggiamo la mano su un oggetto potenzialmente lesivo, dalla puntina da disegno alla piastra rovente, il sistema avvia la pronta retrazione dell’arto, cercando di evitare o minimizzare i danni. Se abbiamo una caviglia lussata, il sistema ci impedisce di caricarci il peso. Se sentiamo un dolore in qualche parte del corpo, andiamo dal dottore, non solo per alleviare il dolore, ma anche perché ci siamo messi in allerta e vogliamo sapere di che si tratta. In effetti, il dolore è il più delle volte l’inizitore, il primum movens del percorso diagnostico ed è utilissimo ai medici.
Il dolore insomma è l’aspetto negativo di un sistema sensitivo indispensabile alla vita, detto in termini tecnici sistema nocicettivo, dal latino noxa e noc!re. I bambini con difetti congeniti della trasmissione o elaborazione percettiva dei segnali dolori!ci (analgesia congenita) vanno incontro a una serie di lesioni di cui non si accorgono, sempre più gravi. Crescendo, possono riconoscere il pericolo attraverso l’educazione e l’esperienza, ma, senza l’allarme dato dal dolore, molte malattie possono evolvere senza che siano combattute per tempo, in una spirale che spesso può arrivare a conseguenze estreme.
A parità di intensità dei segnali provenienti dalla periferia e cioè dell’effettivo rischio di danno, il dolore può essere variabilmente percepito. La percezione è influenzata da fattori individuali stabili, come il carattere e l’educazione, e contingenti, come la preoccupazione, l’ansia o il tono dell’umore di quel momento.
Un famoso psicologo americano, al tempo in cui gli aerei si raggiungevano a piedi e poi si saliva sulla scaletta, aveva notato che quando un bambino inciampava e cadeva, guardava immediatamente verso la madre. Se la madre, con un sorriso, lo invitava ad affrettarsi e continuava a salire, il bambino si alzava e la raggiungeva, come se nulla fosse stato. Se la madre lo guardava preoccupata e accorreva in soccorso, allora si scatenavano pianti e urla.
È noto che se ci si sveglia con un po’ di mal di testa molto dipende da quel che ci attende. Se è domenica mattina e decidiamo di restare a letto a vedere come va, sicuramente il mal di testa aumenta. Se invece avevamo un impegno urgente, magari una questione che ci coinvolge mentalmente e che riteniamo davvero importante, il mal di testa lo avvertiamo molto meno.
Ma come fa il cervello a farci sentire il dolore di più o di meno? Il cervello sensoriale riceve talmente tanti segnali che, se dedicasse la stessa “attenzione” a tutti, non riuscirebbe più a lavorare. Deve continuamente selezionare che cosa è prioritario e cosa no. Ci riesce per mezzo di un controllo discendente che inoltra i segnali in ingresso, potenziandoli o attenuandoli. Nel caso del dolore questo sistema di controllo discendente è particolarmente potente. Se ci troviamo di fronte a un dolore nuovo, acuto e da cui ci possiamo sottrarre – se, per esempio, camminando a piedi nudi finiamo su un pezzo di vetro – tutti i canali devono essere aperti per promuovere manovre di evitamento. Se, invece, il dolore è sempre il solito e non abbiamo manovre per sottrarci – un dente del giudizi che cresce storto – allora il nostro cervello cerca di minimizzarlo smorzando i segnali. Questo sistema di controllo discendente utilizza vari trasmettitori, tra cui l’endorfina, ovvero la nostra morfina endogena, fisiologica.
Si dirà: ma allora come mai il dolore si continua a sentire? Quanto il cervello riesce ad attenuare il dolore dipende ancora da fattori cognitivi ed emotivi. Un esempio clamoroso sono i fachiri indiani. Grazie alla fede e al training, i fachiri riescono a modulare strutture cerebrali profonde, che per noi sono completamente irraggiungibili dalla volontà, e a rilasciare una gran quantità di endorfine, al punto da non sentire i chiodi o i tizzoni ardenti. Anche noi possiamo aumentare i livelli di endorfine, ma non volontariamente.
Sicuramente lo facciamo in condizioni estreme, di furia o di pericolo, basti pensare all’uomo che continua a rialzarsi e andare avanti pur avendo ricevuto colpi mortali. Ma possiamo liberare le benefiche endorfine anche con metodi meno cruenti. Il metodo più semplice e vantaggioso è l’esercizio fisico. Un atleta, alla fine di una dura competizione, non sente nulla anche se punto con uno spillo. I medici consigliano attività sportive eseguite con ritmo regolare, senza finire in debito di ossigeno, ma per una durata abbastanza protratta da farci sentire i muscoli pesanti, come dopo una nuotata lunga e lenta.
Ma il dolore, naturalmente, è innanzitutto qualcosa che tutti noi vorremmo evitare. Seppure vantaggioso in alcune circostanze, distrugge la vita di molte persone. Stiamo parlando del dolore cronico, una condizione in cui i segnali dolorifici non sono di alcuna utilità, anzi, oltre a produrre sofferenza, limitano grandemente le capacità funzionali, le relazioni sociali e la qualità di vita in generale.
Personalmente, sono convinto che all’origine del problema stia il fatto che il dolore non si vede. Nel corso della vita possiamo incorrere in disgrazie irreparabili. Poniamo la perdita di una mano a causa di un incidente. Il soggetto vede che la mano non c’è più, sa che potrà mettere una protesi, ma immediatamente capisce che la sua vita non sarà mai più la stessa. I suoi familiari, il datore di lavoro, i colleghi e gli amici, tutti vedono che la mano non c’è più. Tutti, incluso il diretto interessato, capiscono che dovrà cercare di riadattarsi, pur tra mille dif!coltà, alla nuova condizione.
Nel caso del dolore cronico, invece, il paziente stesso fatica a capire cosa sia successo ed è preoccupato che chi lo circonda gli creda. Spiega continuamente che soffre, che sta male davvero. Fa
molta fatica ad accettare il concetto di irreversibilità, ovvero che non c’è nulla da fare e bisogna riadattarsi. Continua a rivolgersi sempre a nuovi medici, specialisti di tutti i tipi, nella speranza di trovare l’esperto giusto che lo faccia tornare come prima. Si infila in una spirale di ansie (di trovare finalmente il medico giusto) e frustrazioni (perché nessuno dei nuovi tentativi funziona) che lo porta a quella condizione di grave disturbo psicologico cui, nella letteratura anglosassone, qualcuno si riferisce con l’etichetta pain behaviour, o “comportamento basato sul dolore”.
Si tratta di pazienti che restano tutto il giorno a letto, o comunque
in casa, parlano solo ed esclusivamente del proprio dolore, diventano un grave peso anche per chi li circonda. È inutile provare a prescrivere farmaci sempre più forti e a dosaggi sempre maggiori.
Dopo pochi giorni il paziente dirà che non fanno nulla di buono (anche se è restio a farne a meno). L’unica strategia ragionevole è l’inserimento in un programma di gestione: il paziente dovrebbe essere impegnato tutti i giorni, con un misto di “scuola” (a spiegare i meccanismi del dolore), psicoterapia, fisioterapia e movimento (possibilmente nuoto o comunque attività in acqua). In tal modo, ha per lo meno alcuni vantaggi: non si sente abbandonato, deve uscire di casa tutti i giorni, ottiene bene!cio dalle endorfine liberate dall’esercizio fisico e, infine, evita l’eccesso di farmaci con effetti tossici sul fegato e sedativi sul sistema nervoso.
Chiaramente bisognerebbe agire prima, per prevenire lo sviluppo di situazioni così disperate. Sia gli scienziati che l’opinione pubblica hanno negli ultimi anni preso coscienza del problema del
dolore cronico, da un punto di vista etico. Con loro anche i governi e l’industria farmaceutica, per via degli enormi costi sociosanitari di tale forma di dolore. Questa convergenza sinergica ha fatto sì che la ricerca di nuove terapie per il dolore sia aumentata enormemente ed è quindi ragionevole attendersi che nei prossimi anni disporremo di strumenti più ef!caci.

Giorgio Cruccu
Professore di Neurologia Dipartimento di Neurologia e Psichiatria
Università di Roma La Sapienza

Tratto da "La rivoluzione del cervello" a cura di Giancarlo Comi e Viviana Kasam; Editrice San Raffaele

lunedì 4 aprile 2011

Anima Gemella



“Non è detto che si arrivi a sposare sempre l’anima gemella più strettamente connessa a noi. Ce ne può essere riservata più di una.
Vi potrebbe capitare di sposare un’anima compagna meno interconnessa a voi, ma che ha qualcosa di specifico da insegnarvi o da imparare.
Può darsi che il riconoscimento dell’anima gemella avvenga in un momento successivo della vita, quando ormai entrambi vi siete già formati una famiglia nella vita reale.
E non è escluso che il vostro legame più forte riguardi l’anima di un vostro genitore, di un vostro figlio, o di un fratello. E infine può darsi che il vostro legame più forte sia con un anima che non si è reincarnata durante questo vostro periodo di vita, e che vi stà guardando dall’aldilà, come un angelo custode.
Talvolta la vostra anima gemella è desiderosa e disponibile.
Quest’uomo o donna potrebbe riconoscere la passione e la giusta reazione chimica esistenti tra voi, gli intimi e sottili legami che derivano da tante appartenenze reciproche verificatasi nelle vite passate.
Eppure questo incontro potrebbe addirittura risulatare dannoso per questioni di evoluzione d’anima.
Se una è meno sviluppata dell’altra possono subentrare elementi di gelosia, possessività, odio e paura.
Tali tendenze sono dannose per l’anima più evoluta pur provenendo dall’anima gemella.
Forse si produrrà un’altra opportunità nel corso della vita, perchè i risvegli tardivi accadono.
Ci sono poi delle anime che decidono di non sposarsi in ogni reincarnazione.
Si incontrano, stanno assieme finchè non hanno completato il loro compito e poi se ne vanno. I loro programmi sono differenti ed non vogliono o non sentono la necessità di passare tutta la vita assieme. Non è una tragedia è un fatto di ammaestramento.
C’è una vita eterna da passare assieme e talvolta ci può essere bisogno di seguire classi separate.
Un’anima gemella disponibile ma come sopita può invece essere un disastro e fonte di angoscia. Di solito ad impedire il risveglio è il complesso di pensieri volti alla quotidianità. La mente ha subito pronte una serie di scuse:
sono troppo giovane, non ha abbastanza esperienza, non sono pronto a prendere impegni, tu sei di religione/estrazione/razza diversa, e cosi via.
Sono tutte scuse perchè le anime non posseggono e non hanno bisogno di questi attributi.
Non si incappa ogni giorno in un’anima gemella , può capitare una o due volte nella vita.
La grazia divina ricompensa l’anima che ama, il cuore generoso.
Non si deve disperare di incontrare l’anima gemella. Questi incontri sono materia di destino, si verificheranno di certo. E dopo l’incontro sarà la volontà dei partner a determinare il corso degli eventi. Qualunque decisione prendano sarà questione di libero arbitrio , di scelta. L’anima meno desta prenderà decisioni basate sul ragionamento e su tutti i timori e pregiudizi della mente. Sfortunatamente questo conduce spesso ad una profonda afflizione.
Quanto più desta è una coppia, tanto è più probabile che la decisione si basi sull’amore.
Quando entrambi i partner sono desti, per loro l’estasi è a portata di mano”.
TRATTO DA:


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di Hoseki Vanini

Incoraggiamento