martedì 5 aprile 2011

Perchè i fachiri non sentono il dolore


Il dolore è necessario. Se inavvertitamente poggiamo la mano su un oggetto potenzialmente lesivo, dalla puntina da disegno alla piastra rovente, il sistema avvia la pronta retrazione dell’arto, cercando di evitare o minimizzare i danni. Se abbiamo una caviglia lussata, il sistema ci impedisce di caricarci il peso. Se sentiamo un dolore in qualche parte del corpo, andiamo dal dottore, non solo per alleviare il dolore, ma anche perché ci siamo messi in allerta e vogliamo sapere di che si tratta. In effetti, il dolore è il più delle volte l’inizitore, il primum movens del percorso diagnostico ed è utilissimo ai medici.
Il dolore insomma è l’aspetto negativo di un sistema sensitivo indispensabile alla vita, detto in termini tecnici sistema nocicettivo, dal latino noxa e noc!re. I bambini con difetti congeniti della trasmissione o elaborazione percettiva dei segnali dolori!ci (analgesia congenita) vanno incontro a una serie di lesioni di cui non si accorgono, sempre più gravi. Crescendo, possono riconoscere il pericolo attraverso l’educazione e l’esperienza, ma, senza l’allarme dato dal dolore, molte malattie possono evolvere senza che siano combattute per tempo, in una spirale che spesso può arrivare a conseguenze estreme.
A parità di intensità dei segnali provenienti dalla periferia e cioè dell’effettivo rischio di danno, il dolore può essere variabilmente percepito. La percezione è influenzata da fattori individuali stabili, come il carattere e l’educazione, e contingenti, come la preoccupazione, l’ansia o il tono dell’umore di quel momento.
Un famoso psicologo americano, al tempo in cui gli aerei si raggiungevano a piedi e poi si saliva sulla scaletta, aveva notato che quando un bambino inciampava e cadeva, guardava immediatamente verso la madre. Se la madre, con un sorriso, lo invitava ad affrettarsi e continuava a salire, il bambino si alzava e la raggiungeva, come se nulla fosse stato. Se la madre lo guardava preoccupata e accorreva in soccorso, allora si scatenavano pianti e urla.
È noto che se ci si sveglia con un po’ di mal di testa molto dipende da quel che ci attende. Se è domenica mattina e decidiamo di restare a letto a vedere come va, sicuramente il mal di testa aumenta. Se invece avevamo un impegno urgente, magari una questione che ci coinvolge mentalmente e che riteniamo davvero importante, il mal di testa lo avvertiamo molto meno.
Ma come fa il cervello a farci sentire il dolore di più o di meno? Il cervello sensoriale riceve talmente tanti segnali che, se dedicasse la stessa “attenzione” a tutti, non riuscirebbe più a lavorare. Deve continuamente selezionare che cosa è prioritario e cosa no. Ci riesce per mezzo di un controllo discendente che inoltra i segnali in ingresso, potenziandoli o attenuandoli. Nel caso del dolore questo sistema di controllo discendente è particolarmente potente. Se ci troviamo di fronte a un dolore nuovo, acuto e da cui ci possiamo sottrarre – se, per esempio, camminando a piedi nudi finiamo su un pezzo di vetro – tutti i canali devono essere aperti per promuovere manovre di evitamento. Se, invece, il dolore è sempre il solito e non abbiamo manovre per sottrarci – un dente del giudizi che cresce storto – allora il nostro cervello cerca di minimizzarlo smorzando i segnali. Questo sistema di controllo discendente utilizza vari trasmettitori, tra cui l’endorfina, ovvero la nostra morfina endogena, fisiologica.
Si dirà: ma allora come mai il dolore si continua a sentire? Quanto il cervello riesce ad attenuare il dolore dipende ancora da fattori cognitivi ed emotivi. Un esempio clamoroso sono i fachiri indiani. Grazie alla fede e al training, i fachiri riescono a modulare strutture cerebrali profonde, che per noi sono completamente irraggiungibili dalla volontà, e a rilasciare una gran quantità di endorfine, al punto da non sentire i chiodi o i tizzoni ardenti. Anche noi possiamo aumentare i livelli di endorfine, ma non volontariamente.
Sicuramente lo facciamo in condizioni estreme, di furia o di pericolo, basti pensare all’uomo che continua a rialzarsi e andare avanti pur avendo ricevuto colpi mortali. Ma possiamo liberare le benefiche endorfine anche con metodi meno cruenti. Il metodo più semplice e vantaggioso è l’esercizio fisico. Un atleta, alla fine di una dura competizione, non sente nulla anche se punto con uno spillo. I medici consigliano attività sportive eseguite con ritmo regolare, senza finire in debito di ossigeno, ma per una durata abbastanza protratta da farci sentire i muscoli pesanti, come dopo una nuotata lunga e lenta.
Ma il dolore, naturalmente, è innanzitutto qualcosa che tutti noi vorremmo evitare. Seppure vantaggioso in alcune circostanze, distrugge la vita di molte persone. Stiamo parlando del dolore cronico, una condizione in cui i segnali dolorifici non sono di alcuna utilità, anzi, oltre a produrre sofferenza, limitano grandemente le capacità funzionali, le relazioni sociali e la qualità di vita in generale.
Personalmente, sono convinto che all’origine del problema stia il fatto che il dolore non si vede. Nel corso della vita possiamo incorrere in disgrazie irreparabili. Poniamo la perdita di una mano a causa di un incidente. Il soggetto vede che la mano non c’è più, sa che potrà mettere una protesi, ma immediatamente capisce che la sua vita non sarà mai più la stessa. I suoi familiari, il datore di lavoro, i colleghi e gli amici, tutti vedono che la mano non c’è più. Tutti, incluso il diretto interessato, capiscono che dovrà cercare di riadattarsi, pur tra mille dif!coltà, alla nuova condizione.
Nel caso del dolore cronico, invece, il paziente stesso fatica a capire cosa sia successo ed è preoccupato che chi lo circonda gli creda. Spiega continuamente che soffre, che sta male davvero. Fa
molta fatica ad accettare il concetto di irreversibilità, ovvero che non c’è nulla da fare e bisogna riadattarsi. Continua a rivolgersi sempre a nuovi medici, specialisti di tutti i tipi, nella speranza di trovare l’esperto giusto che lo faccia tornare come prima. Si infila in una spirale di ansie (di trovare finalmente il medico giusto) e frustrazioni (perché nessuno dei nuovi tentativi funziona) che lo porta a quella condizione di grave disturbo psicologico cui, nella letteratura anglosassone, qualcuno si riferisce con l’etichetta pain behaviour, o “comportamento basato sul dolore”.
Si tratta di pazienti che restano tutto il giorno a letto, o comunque
in casa, parlano solo ed esclusivamente del proprio dolore, diventano un grave peso anche per chi li circonda. È inutile provare a prescrivere farmaci sempre più forti e a dosaggi sempre maggiori.
Dopo pochi giorni il paziente dirà che non fanno nulla di buono (anche se è restio a farne a meno). L’unica strategia ragionevole è l’inserimento in un programma di gestione: il paziente dovrebbe essere impegnato tutti i giorni, con un misto di “scuola” (a spiegare i meccanismi del dolore), psicoterapia, fisioterapia e movimento (possibilmente nuoto o comunque attività in acqua). In tal modo, ha per lo meno alcuni vantaggi: non si sente abbandonato, deve uscire di casa tutti i giorni, ottiene bene!cio dalle endorfine liberate dall’esercizio fisico e, infine, evita l’eccesso di farmaci con effetti tossici sul fegato e sedativi sul sistema nervoso.
Chiaramente bisognerebbe agire prima, per prevenire lo sviluppo di situazioni così disperate. Sia gli scienziati che l’opinione pubblica hanno negli ultimi anni preso coscienza del problema del
dolore cronico, da un punto di vista etico. Con loro anche i governi e l’industria farmaceutica, per via degli enormi costi sociosanitari di tale forma di dolore. Questa convergenza sinergica ha fatto sì che la ricerca di nuove terapie per il dolore sia aumentata enormemente ed è quindi ragionevole attendersi che nei prossimi anni disporremo di strumenti più ef!caci.

Giorgio Cruccu
Professore di Neurologia Dipartimento di Neurologia e Psichiatria
Università di Roma La Sapienza

Tratto da "La rivoluzione del cervello" a cura di Giancarlo Comi e Viviana Kasam; Editrice San Raffaele

3 commenti:

  1. Credi che le sofferenze dello spirito siano la stessa cosa, o parli di dolori psisosomatici che toccano l'organismo?;Ciao Luca

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  2. Il post qui sopra riguarda particolarmente il funzionamento del cervello umano, ma la risposta è sì... credo che un discorso analogo possa essere fatto anche per il dolore dello spirito che dipende dalla nostra percezione della realtà! Grazie Luca di esserci sempre! un abbraccio Giò

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  3. Non comprendo se scrivi di dolori psicosomatici o dolori dell'anima.
    Andrea

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